
Bob Ferguson è un attivista rivoluzionario e con la sua compagna afroamericana Perfidia, attenta ai belligeranti rappresentanti di un’America che si crogiola sull’odio interrazziale. Le loro vite si scompaginano oltremisura e dall’unione tra la selvatica Perfidia e lo spostato Bob, nasce Wilma, da proteggere a tutti i costi dalle grinfie del colonnello Steven Lockjaw, alfiere del gruppo di suprematismo bianco. Bob, dopo aver scontato le conseguenze delle rivolte, dovrà vedersela con il rinnovato vigore del movimento che ha più di un insospettabile sostenitore.
“Vineland” è il fermaglio d’ispirazione creativa del grande sceneggiatore e regista Paul Thomas Anderson. Un punto di riferimento ripreso in maniera libera. Impossibile fare ordine e sbrogliare la matassa-fiume del romanzo di Thomas Pynchon, così P.T. Anderson decide di trarne arditamente spunto, dopo aver imparato la lezione per mezzo della lavorazione di “Inherent Vice”. L’analisi dello sguardo paranoico dell’eroe libertario anti-establishment, ha la mira corrosiva di chi intende decostruire il mito, nel suo farsi genealogia dell’utopia libertaria, pantano di una rivoluzione esaltata che fa l’errore di volersi pavoneggiare come esaltante. Ma la vera rivoluzione di One Battle After Another è familiare, di un padre che fa di tutto per proteggere sua figlia, di un uomo che si porta appresso, con tutto il suo peso, la paranoia tipica degli anni ‘70. Il ponte con l’era Trump è ad un passo e il film si muove sulla linea di una miccia pronta ad esplodere, costantemente, pedissequamente, con un incedere musicalmente sincopato e in audace sublimazione di suspense. In un mondo sull’orlo del baratro, si impara e si insegna alla disobbedienza nei riguardi della bieca autorità. Un po’ commedia tragicomica (o tragiconica) e un po’ action-movie dalle esaltanti, adrenaliniche sequenze, sorprendentemente tra le migliori mai realizzate del genere, a favore di un divertissement che non si riesce a mollare neanche per un minuto. Da qualche parte tra California e Arizona, si accende sapientemente la miccia, nel rincorrersi frenetico di difesa e controattacco, tra le storture di sistema e le lordure politiche. La corsa tra due, poi tre, autovetture nel deserto, diviene così il paradigma di un nuovo abile contenitore di conformazione sintattica. Quasi un nuovo modo di ri-fare il cinema. Un sapiente gioco di gatto coi topi che coinvolge le pedine principali con l’inatteso outsider. Non ci sono certezze inossidabili in questo racconto che insegue altri racconti, o meglio, microstorie. Ferguson attenta Lockjaw, così come Lockjaw fa tana alla famiglia Ferguson, ricatto dopo ricatto. Deflagrati i confini, la polvere da sparo si fa sabbia accecante nel vento del deserto. Leonardo Di Caprio, nel ruolo di Bob Ferguson, incespica sballottante tra canne e alcool, indomito nerd con vestaglia lisa da “drugo”, conscio fruitore di un dissenso che si adagia sulla nostalgia canaglia. Rifugio anti-sommossa in casa e un’ossessione decisa e pura al riguardo della protezione dei testimoni del danno che fu. Ossessivamente, il suo passo ha qualcosa di attinente con quello di Steven che le movenze di Sean Penn, trasformano il capeggio impunito in un lavoro alacremente proattivo, un concentrato di tic e parsimoniose difformità, composite coattitudini di un villain indistricabile, sfiancante. Benicio Del Toro si cuce addosso lo zen del maestro dotato d’ironia nel mezzo della catastrofe. Le donne del film, apparentemente così diverse e animisticamente combattive, incarnano alla perfezione quel senso di ansia e infamante collera che sottolinea ogni loro gesto, tra l’animalità di Perfidia, una imprevedibile Teyana Talor, e la laconicità apparentemente controllata di Deandra, Rebecca Hall, nel personaggio più controllato. Wilma Ferguson invece, non teme nessuno. Ogni spiegazione razionale conduce agli altarini di un capo d’accusa impresentabile che si riecheggia nel vuoto adolescenziale. Tutto e il contrario di tutto, fuori, dentro. Capiclan che non aiutano capiclan per una risposta mancata ad una domanda segreta. Bob va su tutte le furie ma è niente a confronto di quel che Lackjaw fomenta nella sua torbida immaginazione di suprematista, nel riacciuffare sadico in nome e ricordo di Perfidia. Wilma ha il volto dell’esordiente Chase Infiniti, un viso che indulge la violazione con sfrontatezza. Sulla scia di una regia che non lascia tregua, sulle stesse orme di una caccia all’uomo che raramente ha finito per acquisire dimensioni così epiche ed elettrizzanti. Una battaglia dopo l’altra, dopo l’altra ancora. Dopo l’altra, l’altra ancora.