Die my love


Grace come una grazia perduta. Jackson come un attonito marito che non si capacita del turbamento materno ed emotivamente si distacca, contribuendo all’isolamento domestico. Nel Montana si muove la coppia, nell’apparente idillio naturale che in Grace smuove turbolenza malforme, mescolata a deliri ad occhi aperti che gli esperti definiscono sindrome da post-partum. Trauma del distacco, patologia che si maschera da ninfomania. Un cedimento della ragione, perché all’infuori del neonato, si defila il senso. In una moltitudine di piani e sguardi soggettivi, raramente, o forse mai, si è visto un film così contornamente femminile, così spudoratamente materno e pedissequamente intessuto e intagliato delle movenze di una Jennifer Lawrence al suo apice espressivo (l’affiancamento è con un destabilizzato Robert Pattinson a cui basta poco per rendere l’idea). Grace, ovvero la grazia mancata (distolta?), viene seguita ad ogni passo, movenza, a dismisura di donna, nell’interno della casa autunnale e nell’esterno di un’estate turbolenta, letteralmente di fuoco. E la seguiamo mentre, gattoneggiando e come in calore, lascia fluire indisposta l’animalità che ha in sé: battendo il capo, graffiando, urlando, biascicando improperi e uniformando smorfie, lasciandosi gocciolare il latte dal seno, facendosi incuriosire da passanti in moto, facendosi levigare da ferite che sul corpo, messo spesso a nudo, lasciano segni visibili, pur non affondando il colpo come avviene invece con l’anima. La Grace di Jennifer rimanda chiaramente alla Gena Rowlands di A Woman Under the Influence e rimembra la Catherine Deneuve di Repulsion; Cassavetes, Polanski ma anche Ingmar Bergman. La casa isolata rimira l’involucro materno nel quale si aggrappano alla follia della vita quattro sorelle, una delle quali è malata di cancro in Sussurri e Grida. E Lynne Ramsay che scrive il film con altre due sceneggiatrici, conosce bene i suoi riferimenti e sa benissimo a cosa puntare, lo fa lasciando che i sentimenti lacerati siano permeabili al pubblico, oltre quel tanto che basta. Nonostante qualche teso filare allungato nella tersa brodaglia della psicopatologia, il film ha valore dichiaratamente simbolico e per eccesso di sentimenti e atmosfere si apparenta tanto allo psycho-thriller, quanto all’horror. Veementemente disadorno. Dolorosamente necessario. E una domanda finale che vivrà sulle corde del dramma. La vera casa di una donna in quale recesso risiede? A giudicare dal principio e dalla fine, in un entra ed esci emotivo senza soluzione di continuità.

Lascia un commento