Obsession

Bear ama Nikki. Nikki vede Bear solo come un amico. Forse, perché Bear, una specie di orsacchiotto malfermo, incapace di confessarsi, preferisce non esporsi, quindi non sa, non vuole sapere. Teme di dover, dopo tanti anni (Nikki è sua amica d’infanzia), constatare una triste verità, ovvero che lei non vede altro all’interno del rapporto. Quello che però il ragazzo riesce a notare all’interno di un negozio di cristalli, è un salice della fortuna, un bastoncino magico che permette, esprimendo un desiderio mentre lo si spezza, di far sì che si realizzi istantaneamente. Il problema è che Nikki inizia ad adottare un comportamento inquietante che gradualmente degenera in maniera spiraliforme nell’abisso della follia.

L’ossessione per la storia d’amore perfetta sposa l’ossessione per il film horror che ci impone uno sguardo laconico alla nostra coscienza. Curry Barker lo realizza in 20 giorni con circa 750.000$ e oltre a dirigerlo, lo sceneggia con inesorabile effetto circostanziato e monta in modo infallibile. Lo sguardo, la mente, la mano sono un tutt’uno, vibrano in maniera viscerale, senza sconti al brivido oggettivo capace di toccare il sistema nervoso, mentre il legame in sé desta un misto insolito di paura, disgusto, sorriso e commozione. “Obsession” non gioca facile su alcun terreno e si priva volentieri dei soliti trucchetti degli sbalzi di paura tipici del genere, facendo sì che il pubblico si immerga rapidamente in una storia senza mostri, né fantasmi, né demoni o streghe, vampiri, lupi, morti viventi, e via discorrendo. Il film di Curry Barker ci dimostra quello che deve fare un giovane cinefilo aspirante regista, studiare a fondo il cinema, in particolare i film del genere che si vuole trattare. Lo fa smarcandosi dal rischio d’incappare in ripetuti omaggi e citazioni, anche se in un paio di scene, nell’interpretazione da plauso scrosciante di Inde Navarrette, la Nikki che squilibra in una delirante psicosi, si ravvedono sguardi e gesti della Pearl di Mia Goth. Il macabro, tagliente umorismo si tinge di spasmodica tensione grazie ad un accurato sound design, tra i meglio azzeccati che si siano mai avvertiti in un film, che sullo stesso piano di una scrittura ficcante, fa sì che siano in particolare questi elementi a spiccare nell’accorto montaggio, mettendo in risonanza gli aspetti più lampanti della riuscita del film, uno sguardo e un polso che vanno dritti, senza tentennamenti, all’obiettivo. Obsession è per questi motivi anche un sorprendente gioco di subitanei contrasti emotivi, con la bella Inde che ci sguazza talmente bene dentro da dare la netta sensazione di doversi prima o poi svegliare in un bagno di sudore, tant’è verosimile la resa della rappresentazione di uno scellerato scollamento da una realtà che con sapienza lascia sempre, nonostante l’assurdità degli accadimenti, intravedere l’ipotesi di una scappatoia romantica. Poco a che vedere con visioni distorte riguardo il consenso e le ideologie di genere. Curry Barker ci mostra in maniera estremizzata, dove possono portare certe relazioni tossiche dettate dalla possessività e dal bisogno di controllare le scelte del partner, questo indipendentemente da prese di posizione a favore dell’uomo o della donna. Non è un film dove c’è bisogno di nascondersi dietro un parteggiamento per l’uno o l’altra. Curry ci chiede d’immedesimarci nella situazione, senza darci il tempo di pensare a quale potrebbe essere una scorciatoia che superficialmente sembra sempre facile. E come in ogni scary-movie che si rispetti, la prima lezione da imparare è sempre quella di non prendere mai alla leggera leggende, dicerie, miti, plausibili magie. Il partner di Indi, Baron detto Bear (Michael Johnston), riesce a risultare credibilissimo nel restituire quella sensazione di disagio tramutata presto nel panico che nel vertice finale, ti arriva come un montante, travolgendo ogni dubbio. Siamo di fronte, finalmente, a quel film horror che alla nostra generazione e a quella dopo di noi, mancava; il capolavoro da gustarsi al cinema, per capire che il subdolo sentimento della paura può nascere dalle relazioni, dal mancato dialogo con noi stessi, facendoci capire che ogni deviazione dal comportamento ritenuto normale, socialmente accettabile, può essere terreno fertile per la costruzione di un film dell’orrore indimenticabile.

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