Estranei

Vivere in un condominio praticamente disabitato non deve essere una cosa semplice per Adam ma egli è abituato a stare da solo, a piangere solo, a dover crescere solo. Vale lo stesso per Harry. Adam e Harry che si aggrovigliano, si conoscono e nasce qualcosa o perlomeno sembrava potersi avviare. L’apertura si scontra con una fase di chiusura e le vite conoscono una fase di conciliazione, da scendere a patti con i propri “demoni”. Se non ci si prende cura dei vampiri fuori delle porte di casa, si finisce per non riuscire ad afferrare il potere dell’amore, l’unica cosa che ci unisce mantenendoci a galla, l’unica immanenza degna di essere vissuta fino in fondo. Andrew Haigh, sceneggiatore e regista, filma la solitudine con sensibilità, commozione, un passo friabile e sospeso che plana sulle persone e le cose, quasi sottovoce. Tutto sembra riflettersi via via sempre più coscienziosamente, attraverso vetrate, finestrini del treno, porte, specchi e persino muri. Le presenze di un passato traumatico che compaiono proprio quando Adam decide di tornare sui posti della sua infanzia, recuperano confortando l’affetto strappato e lacerato dal brusco fragore di un incidente. Ma nel dialogo e negli sguardi, si respira una certa impermanenza, perché nulla può essere solido, nemmeno la materia. Impermanenti sono gli ambienti vivibili e odorabili, con i residui ancora dei drammi privati di ogni accettazione. Il tempo persino, lo è. Inganna perché sospesa, in una serie di sorprese a non finire, è l’esistenza. Adam si riflette in Harry e viceversa. Andrew Scott e Paul Mescal sembrano conoscersi da una vita ma sono solo i vicini del piano sopra/sotto o della porta accanto, quegli individui bisognosi di condividere qualcosa d’importante senza dover attendere l’indomani. E gli attori che ne incarnano le essenze lo fanno davvero bene, mentre dietro, la presenza, il calore di quei genitori che tornano per adempiere ad una completa, dolorosa elaborazione del lutto, proliferano nel loro esserci e non esserci al contempo. Le anime in pena si confondono tra i fantasmi che nella notte abbagliano figure umane persesi. Il richiamo al potere dell’amore cantato da Frankie Goes to Hollywood, fa sentire meno soli e rischiara il calore. Ma siamo nella periferia a Nord di Londra e c’è poca gente in giro. Potremmo essere ovunque, tant’è fuori dal tempo, questo nostro sentirsi estranei fra i vicini. Potremmo essere dovunque. E il tempo e lo spazio, recentemente al cinema, non sono mai stati così impermanenti, allo stesso tempo fluidi. Così nudi, crudi, tastabili, malfermi ma vivibili, sensorialmente. Messi lì senza un appiglio, un confondibile nascondiglio. Aria che trasuda, atomi che si deformano per poi riformarsi compatibilmente con il creato. Nonostante tutto, uniti.

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