
La sostanza del titolo, altro non è che un siero in grado di creare un clone di sé più giovane e attraente, e agli occhi del direttore del network televisivo dedicato al fitness, di nome Harvey, può essere la salvezza. Difatti, dopo i cinquant’anni, urge un cambio d’immagine, con una nuova stella da “Walk of Fame” da immortalare, vocetta infantile e forme sode capaci di arroventare con adeguate movenze di sorta. Elizabeth Sparkle si procura così, nel constatare le prime avvisaglie di un decadimento del proprio corpo inevitabile, un altro corpo giovane, bello, desiderabile e aitante, capace di fuoriuscire, in un processo tutt’altro che indolore, direttamente dalla sua schiena. Si dividono così i giorni a fasi alterne, Elizabeth e Sue, il nome dell’attraente e giovanissimo clone. Il suo alter ego giovanile, non appena comprende che il successo è a portata di mano e più vicino di quanto si possa immaginare, decide di prendere il sopravvento, destrutturando ogni necessario equilibrio per la salvaguardia cellulare della fonte (si ripete spesso che sono Uno e Uno soltanto, le due) procurando l’accelerazione di un processo inesorabile che per Elizabeth sopraggiunge prima del tempo, generando effetti devastanti e mostruosi che non fanno distinzioni.
Nella società odierna, regolamentata su degli standard performativi che hanno ben poco di umano, l’ossessione per il mantenimento della giovinezza e il conseguente “ritocchino” dato dall’utilizzo della chirurgia estetica, possono diventare una vera e propria ossessione, così tanto da procurare problemi di salute e un invecchiamento della pelle e di certi organi, irrecuperabili. I mostri del film sono le donne che sottostanno ai suddetti standard di richiamo dentro certe sfere dell’ambiente dello spettacolo, senza la capacità né la possibilità di sapersene e potersene staccare per tempo. Il cambio di passo dovuto all’avvicinarsi della temibile vecchiaia e l’inevitabile trasformazione del corpo, col supporto della sostanza o meno, viene percepito come una resa inaccettabile in quel genere di donna che non ha mai saputo vedersi al di fuori, che non ha mai saputo accettare una versione diversa di se stessa. Vero è che determinati standard e stereotipi sono dominati da una cultura maschilista ma è anche vero che la donna vi è talmente soggiogata da cadere in quella stessa rete volontariamente, pur di non privarsi di fama, successo, soldi vita natural durante. La critica tocca tanto lo sguardo maschile oggettivizzante, quanto soprattutto la debolezza femminile, incapace a distaccarsi da quel recondito e intenso desiderio di vedersi e sentirsi ancora desiderabile davanti al suo pubblico, mercificandosi con profitto. Ma questa critica non prende mai il sopravvento nella storia del film, nelle forme di racconto sfacciatamente esibite ed esibizionistiche, nel piegare il linguaggio filmico a dei messaggi da consegnare nelle mani del pubblico. Coralie Fargeat, sceneggiatrice, regista e montatrice francese, privilegia totalmente un forte senso dello spettacolo, lo strabordante show degli orrori che tocca vette inaudite nel sottogenere del cosiddetto “body-horror”, arrivando a mostrare tutte le più orride fattezze di un sistema malato.
The Substance – forte delle convincenti interpretazioni delle sue due protagoniste (Demi Moore e Margaret Qualley, in forma e spregiudicate) e di un montaggio ipnotico dal ritmo irresistibile e dal sound design particolarmente incisivo nell’offrire una sostanza ulteriore di racconto data da suoni e rumori che ci raccontano qualcosa di ulteriore e necessario rispetto alle immagini – è un film che ti prende e ti sbatte al muro forte, colpendo duro allo stomaco e procurandoti uno scuotimento capace di non mollarti per un nanosecondo, impattando cinematograficamente con estrema cura delle scenografie, delle luci e del buio, e di tutti quei trucchi speciali che non possono non far saltare alla mente tratti, e filiazioni tematiche, di alcuni film di David Cronenberg (La Mosca, Videodrome, eXistenZ) e di Peter Jackson (Braindead su tutti), oltre a rappresentarsi a tutti gli effetti come la versione grottesca e tutt’altro che edulcorata di “Death Becomes Her” di Robert Zemeckis. A stupire è anche la capacità della Fargeat, al di là di un meccanismo di ripetizione di una deriva psico-patologica e fisica che ricorda tanti altri film dal punto di vista del prospetto narrativo, di mantenere alta l’attenzione lungo 2 ore e 20 minuti, su di un film concentrato interamente sulle due protagoniste, a parte qualche disgustosa e autoironica sortita del direttore televisivo interpretato da un insopportabile Dennis Quaid e poche altre figurazioni speciali. Lo show degli orrori arriva infine a compiacersi della propria deriva, iniettando di tanto in tanto sane dosi di umorismo corrosivo, e trasmuta definitivamente in una fiera esplosiva dove freaks e “bellitudini”, implodono ingovernabili in una bestialità che sotto gli occhi di tutti, risulta essere oramai inguaribile (in tal senso, da non sottovalutare sono anche dei riferimenti al disturbante Society di Brian Yuzna). Come tutti i pegni da pagare, si arriva poi alla resa dei conti con le proprie scelte e la famigerata stella sul pavimento della fama che fu è ormai un mattoncino come un altro, sopra il quale far scivolare, un po’ come sulla raggrinzita pelle, i resti di un mondo sfasciato, e inevitabilmente, da non prendere troppo sul serio. Giù le maschere, quindi! Si è tutti attori e mutanti.