
Manitas Del Monte, Messico. Sembra un cartello ma è più un manifesto del narcotraffico, un nome proprio. L’uomo, un noto e feroce criminale, vuole cambiare sesso e darsi per morto a moglie e figli, nel tentativo di redimersi e coronare finalmente il suo più grande sogno. Assolda Rita Mora Castro, una tosta avvocatessa al servizio di uno studio legale impegnato più che altro a coprire gli interessi dei criminali. E la convince a coprire il suo gioco, favorendo il suo piano, intermediando nel gestire l’intero processo di transizione, abbandono e inatteso ritrovamento. Manitas diventa Emilia Perez (interpretata dalla esemplare transgender argentina Karla Sofia Gascon) e cinque anni dopo, una volta rientrata in Messico, riesce ad allontanare il senso di colpa aprendo un’associazione impegnata umanitariamente a ritrovare i corpi delle sue stesse vittime. Ma il rientro nella natia terra è finalizzato soprattutto a riappropriarsi della sua famiglia, con un ostacolo non da poco: il nuovo amore di quella che un tempo era sua moglie, l’incontrollabile gelosia. Maschile e femminile coabitano nello stesso corpo in un’espressione verace di autenticità. Emilia Perez sembra essere a tutti gli effetti l’espressione del desiderio maschile all’interno di un corpo femminile. Le donne che ruotano attorno alla vita di Manitas/Emilia incarnano la passionalità umana, ferita e infine tragica, del conflitto. Tra polar gangsteristico e melodramma si muove fluidamente e impetuosamente il nuovo film dello sceneggiatore (unico sceneggiatore stavolta) e regista francese, nell’essenza impregnata di uno spettacolo sanguigno e furente, spiazzante e scuotente, con interpretazioni sensazionali e numeri musicali di sorprendente, tumultuosa creatività. Ed è su queste linee di demarcazione e congiunzione che Audiard mette su un vero e proprio show dal cuore tragico e dall’andamento convulso, in due ore piene e gonfie senza tempi morti, per quello che è a tutti gli effetti il suo capolavoro. Un film saturo di melò, il cui soggetto sembra prendere le mosse dall’essenza pietistica delle telenovelas brasiliane, dalle quali ne succhia via il meglio, aspirando ad aprirsi ad un musical rivelatorio del non detto e represso per il troppo conservare e tuttavia ardire. Poco importa se l’esito della disputa s’intuisce sin dalle prime mosse. Questo è il tipico film nel quale a contare sono soprattutto le modalità di espressione dei sentimenti, all’interno di una rappresentazione oscura e fiammeggiante sulla concezione di identità e il passato da redimere che torna sempre per portare il suo amaro conto riguardo il seminato e il palpitante disagio lasciato in eredità dalle inevitabili esperienze. Si litiga, si spara, si rincorre, si batte, scontra, si ama furiosamente, si canta e si danza vorticosamente. Di un senso del tragico consumato da un humour cinicamente risentito. Tra mascolinità tossica e diritto all’espressione piena e consapevole della propria femminilità e sessualità, si dispiega un’opera cinematografica che resterà impressa a lungo, da idolatrare anche nelle sue piccole ingenuità decisionali femminili. L’uomo al tappeto, quasi una costante della poetica audardiana, coinvolge stavolta la donna e tutto il contesto familiare, al quale offrono aitante e seducente servizio anche la bravissima Zoe Saldana (nella sua interpretazione più potente) e la buona Selena Gomez, mentre Edgar Ramirez, la pietra dello scandalo, esibisce un trucco da spavento. Ma siccome tutto è smisuratamente enfatizzato ed esibito, non ci si fa più di tanto caso, la ferocia lascia il segno ma non è il punto. E si piomba così su un epilogo che pur accordandosi alle regole del genere polar, con un ferreo e rocambolesco regolamento di conti, lascia una débacle generale nella quale ne escono sconfitti proprio tutti, come nei più grandi e indimenticabili melodrammi. La musica e le canzoni, cantate in spagnolo, fanno combattivamente il resto. Tanta roba, gran film. Nel senso di grande, pieno, mossamente ricco, calibratamente audace.