Wolfman

La coltre visibile della foresta, agli occhi di un bambino, può essere spaventevole, specialmente se nei paraggi si aggira un grande lupo, una bestia feroce capace di dilaniare antiche ferite e di separare i percorsi di padre e figlio. Quel figlio cresce, mette su famiglia, si lascia divorare dalla metropoli e poi alla notizia del decesso di quel padre, decide di tornare laddove tutto cominciò. Quelle ferite strazianti non si sono mai rimarginate del tutto e finiscono per condizionare inevitabilmente la famiglia, con ivi inclusa una bambina. Tornare in mezzo a quella fitta vegetazione da lupi comporta un inconveniente non di poco conto. E come nelle tradizioni che si rispettano, la maledizione dell’uomo lupo colpisce la fragile mente e il succedaneo corpo di un uomo in balia tanto del passato, quanto del destino.

Sono diversi anni che la Universal sta cercando di rinnovare alcuni di quegli archetipi orrorifici che almeno fino agli anni Ottanta sono riusciti ad intrattenere efficacemente e a far tornare certi antichi brividi in una veste, spesso e volentieri, mista ad un umorismo spiccato (vedi soprattutto Un lupo mannaro americano a Londra e L’ululato in ambito di lupi e Ammazzavampiri in quello di vampiri). Stavolta è la volta dell’uomo lupo (il primo film è del 1941 ad opera di George Waggner) e per lo sceneggiatore e regista Leigh Whannell, è il secondo tentativo, seguito de L’uomo invisibile, film di pregio e innovazione contenutistica. Non è facile accostarsi nuovamente, dopo una serie di tentativi falliti, ai lupi mannari. E nonostante Whannell s’impegni molto nel tentativo di scrivere qualcosa di audace, a non sostenere le idee alla base, sopraggiunge una sceneggiatura che fatica a innescare un serio meccanismo di suspense e svolte narrative meno attendibili, degne di un film del genere. Quello che è interessante e che mantiene desta l’attenzione è lo spunto associato alla lenta e graduale trasformazione dell’uomo in lupo, quell’uomo e quel lupo interpretati da un bravo Christopher Abbott (apprezzato nel, a torto dimenticato, Sanctuary). Questo genere di approccio per alcuni tratti immedesimante, ricorda un poco quello decisamente più sconvolgente presente in uno dei capolavori di David Cronenberg “La mosca”. Però in questo “Wolfman” le trappole s’intrecciano propriamente nella maniera che ti aspetti: la classica famiglia braccata in casa dall’assalto dei lupi (che sono sempre più di uno e in questo caso, piuttosto familiari), l’inevitabile piega che prendono queste prassi volte più che altro ad intrattenere in modo convenzionale, trascurando la costruzione di determinate atmosfere e un’evoluzione psicologica dei personaggi. E in tal senso, l’ambientazione boschiva neozelandese non è sufficiente a convogliare quel genere di attese figurative e di senso. Si apprezza meglio invece il tentativo di restituire dignità al processo metamorfico dell’uomo in lupo, con qualche buon trucco speciale, nuovamente inficiato dall’invadenza della computer grafica. Ma la cosa che forse impressiona di più in questo secondo tentativo, meno riuscito del primo, da parte di Whannell di cimentarsi con alcuni degli archetipi dell’orrore, è la presa melodrammatica che fa stazionare lungo tutto il film nei toni di rappresentazione del disagio e del dramma insito nel processo inesorabile di trasmutazione, proprio davanti agli occhi di moglie e figlia. Ed è questa l’unica vera scommessa, perché innovativa, vinta dal film; quella di sottoporre sotto una deformante, anche a livello sensoriale, lente d’ingrandimento, il processo di metamorfosi in atto. Ne avvertiamo, ne respiriamo il tormento infausto. Ne possiamo scorgere il palpabile disagio, persino il cambio di timbrica vocale e qualcosa di più di una banale raucedine. Il mostro che parla o che tenta di farlo, nonostante la bestia sia ormai decisa a prendere il sopravvento. Blake Lovell è Grady, Lovell. Con tutti i segni del bastardo destino, illuminato da una luna piena che lucidamente finisce per prendere in consegna i ribaldi ancestrali del creato. L’uomo è una bestia anche fuori e anche se lo sgomento e il terrore impresso negli occhi Charlotte e Ginger (Lovell) non riescono ad essere sempre sconvolgenti come ci si attende che debbano essere (e non solo sembrare), il dado è tratto, dopotutto. Resta la compassione e non è cosa di poco conto, ai margini dell’assalto finale.

Lascia un commento